Mi chiamo Shalom,sono madre di due ragazzi, uno di 23 anni, l’altro di 18.
Circa due anni fa, il mio secondogenito è stato fermato e arrestato dalla Polizia Municipale perché in possesso di alcune dosi di marijuana. È iniziata così la mia lotta alla droga!
Dopo un primo momento di smarrimento, io e mio marito abbiamo capito che quello che ci stava capitando non era una disgrazia, ma una risorsa…. Per il ragazzo, che allora era minorenne, e per noi. Armati di santa pazienza, abbiamo iniziato a ricostruire quello che era crollato!
Secondo la nostra esperienza – perché ogni vicenda è un caso a sé – in questi casi il sostegno della famiglia è fondamentale, perché questi soggetti dipendenti, e il più delle volte affetti da disturbi di personalità, abbandonati a loro stessi sono destinati al sicuro fallimento. La guarigione da queste dipendenze non è assicurata, perché la droga seduce, ammalia, attrae, proprio come una bella donna. Infatti a chi possiede un carattere debole e si trova a vivere momenti di depressione, ansia, incapacità a relazionarsi, ecc… la droga offre una scorciatoia per sentirsi meglio, per essere felice. Ma è un inganno fugace ed effimero, perché, finiti i suoi effetti, si ripiomba inesorabilmente nella realtà quotidiana con tutte le sue problematiche. Il paradiso nel quale si viene proiettati è un paradiso artificiale, dove i fiori non profumano e il sole non riscalda!
Cosa si può fare? Bisogna comunicare, spiegare con metodica fermezza i rischi e i danni che si corrono perseverando in questo comportamento sbagliato. Occorre offrire un’alternativa di vita, suggerire dei progetti nei quali impegnarsi e, inoltre, far capire a chi si trova a vivere questo stato di cose che troverà sempre una famiglia disposta ad aiutarlo e ad amarlo, se lui lo vorrà.
Shalom
Shalom

